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Bramino
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top
(sanscrito)
«yat puruṣaṃ vy adadhuḥ katidhā vy akalpayan
mukhaṃ kim asya kau bāhū kā ūrū pādā ucyete
brāhmaṇo 'sya mukham āsīd bāhū rājanyaḥ kṛtaḥ
ūrū tad asya yad vaiśyaḥ padbhyāḥ śūdro ajāyata»
(italiano)
«Quando smembrarono
Puruṣa
, in quante parti lo divisero? Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora le sue cosce? E i suoi piedi? La sua bocca diventò il
brāhmaṇa
, le sue braccia si trasformarono nello
kṣatriya
, le sue cosce nel
vaiśya
, dai piedi nacque lo
śūdra
.»
(Ṛgveda, X, 90-11, 12)
Il mwhwbraminocite-ref-1[1], detto anche mwjabramanocite-ref-2[2], mwkqbrahmano o mwkgbracmano (mwkwdevanagari: ब्राह्मण, mwlaIAST mwlqbrāhmaṇa), è un membro della mwlgcastacite-ref-3[3] sacerdotale del mwmwVarṇaśrama dharma o mwnaVarṇa vyavastha, la mwnqtradizionale divisione in quattro caste (mwngmwnwvarṇa) della società mwoainduista.
I bramini rappresentano la casta sacerdotale e costituiscono la prima delle quattro castecite-ref-4[4]: a loro spetta la celebrazione dei rituali religiosi più significativi.
Contents
• Note
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Origine del termine e sviluppo della sua funzione nella cultura vedica
Il termine mwqqsanscrito mwqgbrāhmaṇa deriva, per alcuni autori come mwqwJan Gondacite-ref-5[5], da mwsabṛh (mwsqsanscrito vedico, it.: forza, crescita, sviluppo) ovvero colui che possiede il mwsgbṛh intesa come forza magica e misteriosa, da cui il successivo mwswmwtaBrahmancite-ref-6[6] intesa come forza o realtà cosmica.
L'origine del termine "bramino" e il consequenziale sviluppo del suo utilizzo nella letteratura mwugvedica e delle funzioni sacerdotali a esso attribuite seguono un percorso piuttosto articolato.
Il mwvamwvqRigveda si apre in questo modo:
(sanscrito)
«agnim īḍe purohitaṃ yajñasya devam ṛtvijam hotāraṃ ratnadhātamam»
(italiano)
«Ad
Agni
rivolgo la mia preghiera, al sacerdote domestico, al divino officiante del sacrificio, all'invocatore che più di tutti porta ricchezze.»
(Ṛgveda, I-1, 1)
Ma a ben guardare il mwyqmwygRigveda (risalente a un periodo incerto, comunque tra il XX e il X secolo a.C.) è un vero e proprio manuale delle attività sacerdotali del dio mwywAgni che, dopo essere indicato come mwzahotṛ, viene assunto anche al ruolo di bramino, di mwzqadhvaryu, di mwzgpotṛ, di mwzwneṣṭṛ, di mwaaagnīdh, di mwaqgṛapathi e di mwagpraśāstṛ.
A queste attribuzioni del dio corrispondevano dei sacerdoti mwbaari specifici (a loro volta corrispondenti alle otto classi sacerdotali delineate anche nellmwbq'mwbgmwbwAvestā e quindi di probabile derivazione mwcaindoeuropea).
Non solo, osserva David M. Knipe:
«Le somiglianze nelle funzioni non solo dei brahmani vedici e dei magi iranici, ma anche dei druidi celtici e dei flamini romani hanno portato alcuni studiosi a ipotizzare una tradizione sacerdotale proto-indoeuropea.»
(David M. Knipe, "Sacerdozio induista", in Enciclopedia delle Religioni, vol. 9. Milano, Jaca Book, (1987), 2006, p. 320)
Nel pieno del successivo sviluppo mwdavedico (intorno al X secolo a.C.), i compiti di principali officianti (mwdqṛtvij) del rito più importante, il mwdgmwdwsoma (lmwea'mweqmweghaoma dell'mwewmwfaAvestā) si distingueranno, tuttavia, in sole quattro qualità sacerdotali: bramino, mwfqadhvaryu, mwfgudgātṛ e mwfwhotṛ.
Ognuno di questi quattro sacerdoti veniva coadiuvato da ulteriori tre assistenti (mwgqmwggSaṃhitā). E, come allmwgw'mwhahotṛ veniva assegnato il compito di recitare il mwhqmwhgRigveda, gli altri tre officianti avevano rispettivamente il compito di recitare: lmwhw'mwiaadhvaryu lo mwiqmwigYajurveda; lmwiw'mwjaudgātṛ il mwjqmwjgSāmaveda, mentre al bramino non solo veniva affidata la recitazione del quarto mwjwVeda, lmwka'mwkqmwkgAtharvaveda, ma anche il compito di controllare e soprintendere all'intero rito e il controllo della recitazione degli altri tre mwkwVeda rappresentando, lmwla'mwlqmwlgAtharvaveda, il loro compimento.
Ne consegue che il bramino, il sacerdote della società mwnwvedica, è colui che è in grado di conoscere e insegnare la rivelazione cosmica e quindi lo stesso mwoamwoqbrahman, che ne rappresenta la parola in formula poetica. Questo sviluppo della letteratura mwogvedica porterà a identificare nel termine "bramino" gli interi compiti della mwowcasta sacerdotale.
Nell'India mwpqvedica si celebravano cerimonie pubbliche (mwpgśrauta) comprendenti tre fuochi sacrificali e cerimonie private (familiari, mwpwgrhya) con un singolo fuoco sacrificale. Nel corso del X secolo a.C. venne così a costituirsi una sottoclasse di bramini, i mwqapurohita, a cui venivano affidati i sacrifici (mwqqyajamāna) offerti dalle famiglie. Il mwqgpurohita divenne di fatto il sacerdote di famiglia, quindi colui che non solo offre le libagioni nei villaggi e nelle case, ma fornisce anche indicazioni etico-religiose e consigli spirituali alle famiglie e agli individui (in qualità di mwqwmwraguru o mwrqmwrgacharya).
Lo sviluppo delle prerogative di casta e sacerdotali
Con i testi più tardi, i mwsqmwsgSutra e i mwswmwtaBrāhmaṇa (intesi in questo caso come commentari ai mwtqmwtgVeda redatti dagli stessi bramini), le prerogative e le funzioni sacerdotali dei bramini vengono sempre più a delinearsi. È in questi testi che i bramini iniziano a definirsi come l'unica casta collegabile al sacro e con il diritto di celebrare i sacrifici. Nel mwtwmwuaŚatapatha Brāhmaṇa (risalente a circa l'VIII secolo a.C.), i privilegi della casta sacerdotale vengono elencati (XI-5,7,1). Partendo dal fatto che essi ritengono di essere i rappresentanti del mondo degli dei (XII-4,4,6), i bramini rivendicano onori (mwuqarcā) e doni (mwugdakśina); il diritto a non subire vessazioni (mwuwajyeyatā) né la condanna a morte (mwvaavadhyatā) anche nel caso di accertata colpevolezzacite-ref-7[7].
A questi privilegi civili si aggiungeva il fatto che solo essi potevano consumare il mwwgmwwwsoma sacrificale e dividersi i resti del sacrificio (mwxaucchiṣṭa). Persino la consorte e le vacche appartenenti ai bramini venivano considerate "oggetti" sacri. In cambio di questi onori i bramini s'impegnavano a mantenere inalterata la trasmissione dell'antico sapere sacro nel corso dei secoli. I simboli esteriori dell'appartenenza alla mwxqcasta dei bramini erano ben precisati a partire dalle caratteristiche dei loro tumuli che potevano essere eretti fino all'altezza della bocca, essendo quelli degli mwxgkshatriya erigibili fino all'altezza delle ascelle, quelli dei mwxwvaishya fino all'altezza delle cosce, mentre quelli degli mwyashudra non potevano superare le ginocchia. Così gli ornamenti dei bramini erano in mwyqoro e mwygargento di prima qualità, la loro mwywiniziazione avveniva di mwzaprimavera e potevano possedere fino a quattro mogli (la prima moglie doveva essere della stessa casta del marito, mwzqLibro di Manu III-12,13), quando gli mwzgkshatriya non potevano averne più di tre, i mwzwvaishya due e gli mw0ashudra un solo coniuge.
Si sviluppò quindi un sistema di scuole braminiche (mw0gśākhā), collegate tra loro, per salvaguardare e trasmettere la tradizione, rigidamente orale, ognuna delle quali era connessa a uno dei quattro mw0wVeda. Allo stesso modo queste scuole vantavano di essere l'eredità dei tradizionali mw1amw1qRishi, questi a fondamento dell'intero mw1gVeda.
Il bramino nel periodo classico e moderno
A partire dalla prima metà del primo millennio a.C., la casta dei bramini ha subito la concorrenza delle nuove religioni indiane allora emergenti: il mw2qBuddismo e il mw2gGiainismo. Unitamente a questi nuovi movimenti religiosi, la stessa riflessione religiosa promossa dalle mw2wmw3aUpanishad promuoveva un'interiorizzazione dell'attività sacrificale propria fino a quel momento delle funzioni dei bramini. Non solo, gli emergenti movimenti dedicati alla mw3qmw3gbhakti ponevano la devozione alla divinità e il rispettivo culto (mw3wmw4aPūjā) al di sopra del sacrificio mw4qvedico (mw4gmw4wYajña).
Questa crisi di valori e di pratiche religiose relativa alle funzioni sacerdotali della mw5qcasta dei bramini subì un arresto all'inizio del periodo mw5gGupta (III-VI secolo d.C.) quando le attività sacrificali ebbero una discreta ripresa. A questo corrispose la rinascita e la diffusione degli mw5wŚrauta-sūtra, raccolte di mw6amw6qSutra basate sulla letteratura vedica e, in particolar modo, sui commentari ai quattro veda, i mw6gmw6wBrāhmaṇa, che inerivano alle istruzioni sacrificali. Ma il declino dei mw7asacrifici vedici riprese a partire dal V secolo d.C. provocando un forte cambiamento sociale e di attribuzione di ruolo nella casta dei bramini. Questi ultimi si distribuivano sempre più sul territorio, fino ai villaggi e alle famiglie presentandosi come una casta separata e collegata in esclusiva col sacro.
Così vennero a delinearsi quei tre "gruppi" sacerdotali che riverbereranno nell'India moderna: i bramini detti mw7gvaidika, strettamente legati alla tradizione vedica e alla letteratura religiosa in lingua sanscrita detta mw7wmw8aShruti e quindi alle relative scuole di trasmissione anche cultuale; un gruppo più vasto costituito sempre da bramini ma dedito a testi e riti relativi alla raccolta religiosa detta mw8qmw8gSmriti, quindi agli mw8wmw9aItihāsa-mw9qPurāṇa, più aperta, quindi, agli idiomi locali quali, ad esempio il tamiḻ o il konkani; infine un maggiormente diffuso gruppo "sacerdotale" che prescindeva dall'appartenenza castale, includendo anche i fuori-casta, e dedito prevalentemente a culti inerenti alla Dea e alla divinazione, agli esorcismi, alla taumaturgia.
E, nonostante che le teologie "mw9winduiste" si diversificassero sempre più in differenti e contraddittorie dottrine, a volte avanzate da esponenti di caste differenti da quelle del bramino, a lui e solo a lui spettano comunque le relazioni col sacro. L'intramontata letteratura vedica indica solo lui adatto a ciò. Ma il successivo sviluppo medievale fa emergere tre distinti gruppi sacerdotali: il primo, ancora vincolato alla letteratura vedica e al linguaggio mw-asanscrito vedico; il secondo, più grande, pronto ad accogliere la letteratura religiosa successiva come i mw-qmw-gPurāṇa e gli mw-wmw-aĀgama e pronto ad accogliere anche gli idiomi locali quali il mw-qKonkani, il mw-gTamil, il mw-wBengali, l'mwaqaHindi; un terzo gruppo, ancora più grande del secondo, era invece formato da sacerdoti non appartenenti alla casta dei bramini, per lo più illetterati e collegati a riti tribali, sciamanici e culti locali periferici, pronunciati secondo miriadi di dialetti locali e periferici.
Nel lessico corrente
Nel linguaggio corrente il termine "bramino" indica, con un significato leggermente dispregiativo o ironico, una persona appartenente a una categoria (in certi casi un ceto) di persone che per loro funzione o cultura hanno una posizione eminente in un determinato ambiente e i cui pareri e opinioni sono considerati correntemente molto autorevoli e quasi non confutabili; talvolta tale significato si applica a persone inserite in posizioni di comando.
Note
cite-note-11. ↑ mwaqkmwaqoLuciano Canepari, mwaqsmwaqwBramino, in mwaq0mwaq4Il DiPI: dizionario di pronuncia italiana, Bologna, Zanichelli, 1999, mwaq8ISBNmwara 88-08-09344-1.
cite-note-22. ↑ mwarumwaryLuciano Canepari, mwarcmwargBramano, in mwarkmwaroIl DiPI: dizionario di pronuncia italiana, Bologna, Zanichelli, 1999, mwarsISBNmwarw 88-08-09344-1.
cite-note-33. ↑ Questo termine è di derivazione esclusivamente occidentale (deriva dal lat. mwasecastus, puro) fu usato per la prima volta nei confronti del mwasivarṇa indiano dai commercianti portoghesi.
cite-note-55. ↑ Jan Gonda, mwas4Notes on Brahman, Utrecht, 1950.
cite-note-66. ↑ Da precisare che il sacerdote, il mwatibrahmān, e il mwatmbrāhman vengono indicati nello stesso modo, essendo tuttavia il primo di genere maschile, il secondo di genere neutro. Nei mwatqVeda non compare mai nella forma neutra ma solo in quella maschile, dal che ne deriva che lo sviluppo della funzione e lo stesso nome sacerdotale ha preceduto l'indagine speculativa del mwatubrahman, appartenendo quest'ultima alla più tarda letteratura delle mwatymwatcUpanishad.
cite-note-77. ↑ La pena più grave che poteva essere loro inflitta era la perdita della benda sacra che portavano sul capo, la perdita dei beni e la messa al bando.
Bibliografia
• Lawrence A. Babb, mwat4The Divine Hierarchy: Popular Hinduism in Central India, New York, 1975.
• L. P. Vidyārthi, B. N. Saraswati e Makhan Jha, mwauaThe Sacred Complex of Kashi, Delhi, 1979.
• mwauiFrits Staal (a cura di), mwaumAgni: The Vedic Ritual of the Fire Altar, 2 voll., Berkeley, 1983.
• C. J. Fuller, mwauuServants of the Goddess: The Priests of a South Indian Temple, New York, 1984.
• David M. Knipe, mwaucPriesthood: Hindu priesthood, mwaugEnciclopedia delle Religioni, vol. XI, New York, 2005.
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